Riflessioni di viaggio: quello che non ti dicono sul Laos

Il Laos è un territorio straordinario, per molti sconosciuto e dai tratti nascosti. Alla bellezza naturale si affianca anche una storia a trafica, che ogni Viaggiatore dovrebbere conoscere.

C’è un momento in cui fermarsi a riflettere è necessario. Chissà perché, spesso questo momento arriva per me quando sono in viaggio.

Chi mi conosce un po’ sa che non sono il tipo da viaggi di lusso, non amo particolarmente quelle bolle dorate che tanti turisti si portano dietro quando si spostano ricercando ovunque gli stessi comfort e le stesse abitudini che si hanno a casa. Non trovo che né una cosa né l’altra siano giuste o sbagliate, trovo semplicemente che siano modi diversi di concepire il viaggio.

Io preferisco immergermi totalmente nella cultura dei luoghi, far scoppiare la bolla, uscire dalla mia comfort zone ed è questa sensazione che mi fa sentire realmente libera. Per questo scelgo 30 ore di bus per varcare il confine della Thailandia, per questo assaggio con le mani il cibo che mi offrono in Tunisia, per questo decido di andare al COPE in Laos.

Immaginate un posto in cui un bambino si trova a giocare con una palla di metallo e perde un braccio. Immaginate un posto in cui un contadino lavora la terra e perde la vista. Immaginate un posto in cui una mamma cucina il pranzo per la propria famiglia e muore. Questo posto esiste e non è in guerra. Benvenuti in Laos.

 

Il COPE si trova all’interno del Centro di Riabilitazione Medica di Vientiane e dal 1963 si occupa di disabilità in Laos, costruendo protesi e svolgendo attività riabilitative anche per chi non se le può permettere. Sento già un nodo alla gola quando entro in questo centro che ambisce a far aprire gli occhi al mondo sul lato oscuro del Paese. Tra il 1964 e il 1973, il Laos ha subito più di 580.000 attacchi con bombe, vuol dire una ogni 8 minuti, 24 ore su 24, per 9 anni. Questo lo ha reso il Paese più bombardato nella storia rispetto al numero di abitanti e la notizia ancora più tragica è che molte di queste bombe (circa 80 milioni) sono ancora inesplose. Il 25% del territorio è farcito di questi strumenti di morte con un raggio di 30 metri, che possono esplodere per i motivi più disparati: mentre un contadino coltiva la terra, mentre un bambino gioca a palla o mentre una persona cucina. Dal 1964 al 2011, più di 70mila persone sono state uccise o mutilate e nel 40% dei casi si è trattato di bambini. Ancora oggi, si contano circa 100 tragedie l’anno di questo tipo.

Nelle capanne più povere dei laotiani si può vedere con i propri occhi cosa significhi convivere con questa crudeltà. In quelle famose 30 ore di viaggio in bus ho visto gli occhi della povertà, occhi che chiunque non voglia restare cieco dovrebbe vedere. Ho visto cucinare frattaglie che noi non daremmo neanche ad un randagio, ho visto bambini di pochi anni lavorare sotto il sole, ragazzini con i mitra che non avevano ancora raggiunto l’adolescenza. Nelle loro case ci sono strumenti da cucina ricavati dalle bombe, altri ordigni invece sono conservati con cura in attesa che il mercato nero li acquisti. Chissà se la fame riesce davvero a far chiudere gli occhi di fronte al rischio di morire.

Il lavoro che portano avanti i volontari del COPE nei confronti dei sopravvissuti è eroico, dal punto di vista riabilitativo e psicologico, ma anche dal punto di vista dell’informazione nei confronti della popolazione. Di solito pensiamo che la disabilità sia qualcosa che accade agli altri, incidenti di percorso. E invece parliamo del 10% della popolazione. Avete mai pensato di ritrovarvi senza gli arti o senza un occhio per i giochi di potere di qualcun altro 50 anni fa? Io non ci avevo mai riflettuto! Eppure, questa è la realtà quotidiana in Laos.

 

Ho avuto la fortuna di nascere “nel lato giusto del mondo”, ho la fortuna di poter viaggiare e conoscere i territori, nelle loro bellezze e nei loro lati oscuri. Non si può cambiare il passato, ma si può affrontare il presente per migliorare il futuro. Una protesi è una nuova vita, una corretta conoscenza è la speranza che questa disumanità prima o poi finisca. Se volete dare il vostro contributo, questo è il link.

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Federica Miceli
Siciliana, innamorata del mondo.

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