Il mio Lago Titicaca: un viaggio emozionale tra le isole galleggianti di Uros e Taquile

Il Lago Titicaca, tra Perù e Bolivia, con i suoi 8000 chilometri quadrati di acque profonde è il più grande bacino dell’America Latina e il più alto lago navigabile al mondo. Così grande che si può navigare per ore senza toccare la terraferma. Mi sono confrontata con diverse opinioni sul Lago Titicaca. Alcuni viaggiatori hanno avuto l’impressione di un posto “artefatto”, quasi costruito per il turismo. Altri invece considerano quest’esperienza come una delle cose da fare assolutamente in Perù. Io faccio parte di questa seconda categoria e adesso vi spiego perché.

Ciascuno di noi custodisce dentro di sé nomi che basta pronunciare per viaggiare con la mente, per trasportarci col pensiero in realtà che non conosciamo ma che la fantasia ha già costruito per noi grazie a ricordi, parole ascoltate o lette lungo il corso della nostra vita. Il Lago Titicaca per me è sempre stato uno di quei nomi. In realtà, durante il mio viaggio in Perù questa tappa mi è stata sconsigliata da alcuni viaggiatori. Lo sapete quanto mi piace farmi guidare dai consigli che incontro lungo la strada, quindi le parole “troppo turistico” e “artificiale” rischiavano di farmi cambiare idea. Sono però convinta che quando si è in giro per il mondo, l’istinto sia l’unica vera guida da seguire, così sono andata lo stesso… E ho fatto benissimo!

Visitare il Lago Titicaca

Il lato peruviano del Lago Titicaca si raggiunge da Puno e le sue isole galleggianti sono visitabili con percorsi guidati di 1, 2 o più giorni. Si tratta di vere e proprie escursioni organizzate e sebbene questa possa sembrare una scelta poco autentica a mio avviso è la più sostenibile per le comunità locali. Le diverse popolazioni che vivono il Lago Titicaca hanno deciso di spartirsi in modo egalitario il turismo, facendo alternare i visitatori nei diversi angoli dello specchio d’acqua.

Si può organizzare un tour indipendente? Sì, con una zattera che parte alle 8 del mattino dal porto di Puno e raggiunge le diverse islas flotantes (sono circa 80). Ma io ho trovato questa scelta poco rispettosa di un ordine che la popolazione ha con non poche difficoltà definito per venire incontro alle richieste del turismo.

Su una barca solchiamo le acque navigabili a più alta altitudine al mondo e quello specchio verdastro riflette un mondo incantato. I bambini si affacciano e ci salutano con le loro manine eccitate che sanno di terra e innocenza, le mamme ci guardano un po’ curiose un po’ diffidenti: i papà sono andati a pescare e le donne sono a capo di questo mondo al contrario. O forse è nel verso giusto. Ci accostiamo ad un lembo di terra dove ci sono i presidenti di ciascuna comunità, uomini e donne sorridenti ed entusiasti di vederci. La nostra guida scende e ascolta ciò che loro hanno deciso: possiamo visitare Uros e Taquile, ma non Amantanì. In quest’ultima ci sono al momento dei dissidi interni e non vogliono accogliere nessuna persona esterna alla comunità finché non le abbiano risolte. Ecco, in un sistema così delicato trovo che sia molto più responsabile un turismo di questo tipo piuttosto che visitanti in preda all’istinto e all’autoorganizzazione. I presidenti ci salutano a braccia spalancate e partiamo!

Turismo rurale a Luquina

Inizia qui l’esperienza che davvero ho tatuato indelebilmente nel cuore. C’è qualcosa di magico nel momento in cui iniziamo un’avventura per la prima volta nella nostra vita. Quel misto tra eccitazione e paura, nessun punto di riferimento che ci dice se siamo “giusti” o “adeguati”. Per fortuna. Perché solo così possiamo liberarci realmente di tutto ciò che ci è stato detto e rinnovare lo sguardo. Ma questo l’ho capito dopo, in quel momento pensavo solo che mi accingevo ad essere ospitata da una famiglia locale.

Vivere a stretto contatto con una comunità dalle origini che si perdono nel tempo, partecipare alle attività quotidiane necessarie per portare avanti la famiglia, sentirsi parte di qualcosa di ancestrale è ben diverso da chiedere un alloggio. Il turismo rurale sul Lago Titicata è diventare figli di cuori sinceri, immergersi nella più autentica cultura locale.

Mi sveglio presto e insieme salutiamo il sole, il nostro primo segno di rispetto verso l’universo della giornata, immersi in una bellezza che abbatte i confini, perché non c’è nulla da difendere. Che disarma, perché non ci sono più nemici. Dopo colazione, vado a tagliare il giunco insieme alla nonna, con sicuramente meno dimestichezza di quell’anziana signora che fa sprigionare in me ammirazione ad ogni gesto. Si muove con grazia nella sua gonna multistrato super colorata, si divincolava quasi danzando tra la vegetazione per poi trasformarsi in falciatrice forte e decisa. Tutto il raccolto va a finire su un telo enorme da caricare sulla schiena, un pesantissimo bottino che trasportiamo (lei con facilità, io sudata e ansimante) per un percorso che a me sembra infinito. Non c’è un attimo di tregua: il giungo va subito a sfamare le mucche, poi c’è da curare le coltivazioni dentro una serra fatta con le bottiglie di plastica e da cucinare sulle fiamme vive il pranzo per tutti.

Ana e Julia, le due piccole della famiglia, stanno lavando le patate nel lago e le sento fantasticare sulle increspature regolari che si creano nell’acqua. Piccole ma già grandi, dentro i loro vestiti improvvisati e dai colori abbinati assolutamente a caso. Alle prime gocce di pioggia sanno perfettamente come sganciare e rientrare le amache, conoscono a memoria le abitudini di ogni animale che vive con loro e vivono la giornata in completa autonomia. Nessuno dice loro cosa si deve e non si deve fare, è come se fossero venute al mondo già consapevoli del loro ruolo. Così quando la nonna mi chiede di andare a mungere le mucche sono loro a riconoscere il panico nei miei occhi e a guidare i miei gesti verso la tecnica più giusta. Ridono del mio essere impacciata e impaurita e alla fine rido anch’io di una risata liberatoria e piena di ammirazione e riconoscenza. Mentre svolgono i loro compiti (nel mondo e non nei libri) giocano con qualsiasi cosa trovano davanti. Che sia una pietra o un fiore, loro hanno una storia pronta da inventare e mondi fantastici da costruire. Mentre ci rincorriamo sulle sponde del lago il mio cellulare cade e si rompe. Lì, a 4000 metri, in mezzo al nulla, con i clienti da gestire dall’altra parte del mondo. Credetemi, ero quasi fiera della mia reazione: sono andata in camera, ho fatto tre respiri profondi, ho cercato di trovare una soluzione provvisoria velocemente e sono tornata fuori a giocare. Ma loro avevano capito. Sulla riva del lago mi aspettava una torta fatta di fango e foglie, la tenevano in mano così fiere, con un sorriso sgangherato e un dolcissimo “Es para ti”. Ho pianto. Non per il cellulare distrutto, ma perché mi sono sentita così piccola e superficiale rispetto a ciò che davvero vale e che quelle due grandi bambine avevano già capito.

È il sole a scandire le giornate e quando tutt’intorno s’illumina di dorato con l’avvicinarsi del tramonto, è tempo di indossare i vestiti tradizionali e ballare insieme a tutta la comunità. Tre strati di gonne, fluorescenti e pesanti, un gilet ricamato a mano dalla nonna e un cappello che a stento copre un quarto dei miei capelli. Mi sento orribilmente bellissima. Ballare a 4000 metri, con il fiato già corto e kg indefiniti di vestiti addosso, è una dura prova. Giriamo intorno quasi a cercare le nostre radici profonde, sconosciuti diventati comunità grazie al ritmo di quelle musiche tradizionali. Percuotiamo la terra quasi a volerle far sentire il nostro battito, a volerle trasmettere la nostra gioiosa gratitudine. Col viso infuocato e un enorme sorriso sfiatato, continuo comunque a ballare fino alla fine.

Prima di andare a letto, insieme ad Ana e Julia diamo la buonanotte alle stelle. Ci sono così tante luci in cielo che non riesco a riconoscere nessun disegno tra quei pochi che conosco, ma tutto va a formare una cupola vibrante sotto la quale mi sento inconsistente.

Uros

Tutto ha inizio con un tipo di canna che cresce nell’acqua…

La calma surreale dell’azzurro del Lago Titicaca è interrotta a tratti dalla totora, una pianta acquatica le cui canne vengono disposte in strati e collocate in blocchi per formare le 80 piccole Isole artificiali di Uros. Ci vuole circa un anno per costruirne una, che poi durerà per circa 30 anni, e che viene ancorata con corde, pali e pietre a una profondità di circa tre metri “per non sdraiarsi in Perù e svegliarsi in Bolivia“. Quando le canne nella parte inferiore iniziano a marcire per via dell’acqua, vengono aggiunti nuovi strati di canna, in un processo di manutenzione costante che impegna quotidianamente la comunità. Riuscite a immaginare cosa vuol dire alzarsi e abbassarsi seguendo il livello dell’acqua? Sciogliere le corde e spostare la propria isola in base alle necessità? “Smontare” la propria casa e ricostruirla per mantenere sicura la superficie su cui poggia?

La stessa totora viene intrecciata per costruire i “caballitos de totora”, le zattere gialle con cui si muove la popolazione locale, e viene mangiata come snack (assolutamente insapore). E sempre la stessa totora viene usata per pulire i denti, per sconfiggere febbre e alleviare il dolore. Insomma, sembra che qui tutto abbia inizio e tutto finisca con questa pianta!

Le circa 2.000 persone che vivono qui sono organizzate in comunità e parlano Aymara, sebbene imparino le basi dello spagnolo nella piccola scuola che si trova in una delle isole. I bambini la raggiungono in barche che loro chiamano scherzosamente “taxi”, dove a remare sono i più grandi o l’insegnante stessa. Ogni isola ospita tra le 5 e le 10 famiglie e un presidente, che può essere indistintamente uomo o donna (ndr). Il lavoro è organizzato in modo collettivo e si rispetta rigorosamente l’antico codice morale Inca: è vietato rubare, mentire e bisogna lavorare duro per il bene della comunità. Che succede ai trasgressori? Si taglia il pezzo di totora intrecciata su cui è costruita la loro capanna e “Hasta la vista baby!”. Chissà che non sia questa cultura ancestrale, considerata addirittura la più antica del Continente, ad aver trovato la perfetta organizzazione!

Incontro una famiglia che vive sull’isola, mi accoglie con il consueto “kamisaraki” (“come stai?”) e mi fa entrare nella sua casa. È un’unica stanza, in realtà, dove dorme tutta la famiglia. Conoscere queste comunità è come fare un tuffo indietro nel tempo. L’elettricità è arrivata da qualche mese grazie ai pannelli solari, dopo centinaia di brutti incendi causati dalle candele che mietevano vittime soprattutto tra i più piccoli. Proprio quei piccoli che giocano con i capelli delle loro madri, che saltano e si tuffano sulla superficie morbida di totora come fosse un materasso al lunapark, senza sapere cosa sia internet o un cellulare.

Non ci sono macchine e si vive in perfetta simbiosi con l’acqua. Su di lei si cammina e grazie a lei ci si disseta. La vita dura poco (non più di 60 anni), ma ciascuno è libero di andarsene quando vuole senza rancori o astio. Le donne portano avanti l’economia della comunità, accolgono i turisti e creano ornamenti da vendere loro. Non vedetelo come un parco giochi! Fino a qualche temo fa, gli Uros erano completamente isolati e nascosti dal mondo. Oggi il turismo è diventato una parte importante dell’economia ma anche un modo per comunicare con l’esterno: ogni oggetto, ogni ricamo, ogni arazzo è un mondo di simboli che v’invita a scoprire un tassello in più del loro millenario universo. Il turismo responsabile e solidale è modo più sostenibile, oltre che il più bello, per scoprire il Perù e il ricavato permette alle popolazioni del luogo di preservare tradizioni antichissime e di tramandarle anche alle generazioni future.

Isola di Taquile

La barca si arresta e inizio a camminare per diversi chilometri in salita. Non è una camminata troppo stancante e i paesaggi sono così straordinari che si stampano indelebilmente nella mente.

Il sole sembra così vicino da bruciare la pelle, la sua luce accecante sembra non avere nessun filtro qui. È una passeggiata dal sapore leggendario, mentre il mondo capovolto del Titicaca mi regala nuvole che giocano a correre con le zattere e respiro la serenità di un micromondo speciale. Durante la camminata passete diverse porte pre-incaiche che, oltre ad essere super fotogeniche, rappresentano il passaggio dal territorio di una comunità all’altro.

Tutto è semplicemente tranquillo e magico in quel mondo blu profondo qualificato dall’elemento umano: i terrazzamenti dove vengono coltivate patate, quinoa e fagioli. A testa china e a piedi nudi, instancabili lavoratori mischiano fieramente il loro sudore con la terra che dà loro sostentamento, sollevano il capo solo per studiarci un attimo prima di regalarci il loro più genuino sorriso.

Taquile è l’isola dell’arte tessile, lo dice anche l’UNESCO che l’ha inclusa tra i “Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità”, e gli stessi peruviani la riconoscono come una delle migliori del Paese. Vi stupirà sapere che la tessitura è affidata agli uomini, che fin dall’infanzia vengono istruiti e quasi costretti ad impararla per potersi sposare. “È un po’ come voi fate con i vostri cellulari, li avete sempre in mano. Noi tessiamo sempre, mentre camminiamo, mentre ci riposiamo, mentre parliamo!” mi dice un ragazzo di lì. Ha un lungo cappello bianco pazientemente intrecciato con le sue stesse mani, simbolo che è in cerca di una compagna, mentre per gli uomini sposati il cappello è rosso. La tessitura esprime in tutti i suoi simboli l’antica sapienza e diventa comunicativa anche per le donne: ogni scialle è attentamente studiato per descrivere il suo carattere e far avvicinare i pretendenti che desidera.

Altra curiosità, a Taquile ci si sposa solo dopo almeno due anni di convivenza e grazie a questo stratagemma qui non esistono divorzi. Ai matrimoni s’invita tutta la popolazione, circa duemila persone, ma solo se il raccolto è stato buono… Altrimenti il matrimonio è rinviato all’anno successivo!

Ho pranzato in un ristorante locale dove posso dire di aver assaggiato la zuppa di verdure più buona che abbia provato in Perù. Mentre mangio, alcuni membri della comunità vengono a presentarsi e mi fanno vedere come rendere perfettamente candidi dei panni sporchi utilizzando semplicemente una pianta che cresce spontanea sull’isola e dell’acqua.

Penso che se dovessi intitolare questo capitolo del mio viaggio in Perù, lo chiamerei “Compartir”. Mi sono arricchita dello sguardo poetico sul mondo delle persone che ho incontrato e ho lasciato un po’ di me in ogni sorriso e in ogni abbraccio che ho ricevuto. Il senso di un viaggio, in fondo, non è altro che creare legami, connettere energie ed essere parte, anche solo per un attimo, di un flusso che tiene assieme il mondo.

INFO UTILI

Come raggiungere il Lago Titicaca

Il lato peruviano del Lago Titicaca si raggiunge dal porto di Puno. Potete arrivare a Puno in bus da Arequipa o Cusco o in aereo da Lima.

Cosa portare nel Lago Titicaca

• Abbigliamento comodo e caldo

• Poncho per la pioggia

• Cappello

• Acqua in bottiglia

• Crema solare

• Burrocacao

Un consiglio

Attenzione al soroche, il mal d’altitudine può causare nausee e tremendi mal di testa. Per combatterlo potete masticare foglie di coca e bere infusi (mate) a base di questa “pianta magica”. Altro rimedio è quello di abituare il corpo progressivamente all’altitudine.

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Federica Miceli
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