Articolo realizzato in collaborazione con Valdikam nell’ambito del progetto RiGenerAzioni Archi di Piano 2030.
“Entra e mangia, a casa mia c’è sempre da mangiare.”
La signora era in una viuzza di San Biagio Platani. Aveva un piatto tra le mani che profumava così bene che non sono riuscita a trattenermi dal dirle “Che buon profumo”. Lei si è fermata, ha riso e mi ha risposto così. Come se fosse la cosa più normale del mondo invitare una sconosciuta a pranzo.
Eppure, ripensandoci, dentro quella scena è concentrato tutto quello che mi porterò via da San Biagio Platani.
Sono arrivata in uno dei borghi siciliani meno conosciuti con il computer nello zaino, qualche scadenza da rispettare e l’idea di lavorare da remoto per qualche giorno.
Un coworking appena messo in piedi, laptop aperti, libri sparsi sul tavolo e chiacchiere che iniziavano dal lavoro e finivano chissà dove. Io, Ilenia, Noemi, Caterina e Giuliana ci confrontavamo, ci ispiravamo a vicenda e, senza accorgercene, stavamo facendo il tipo di smart working che tutti immaginano e che quasi nessuno trova davvero.
Fuori dalle finestre, però, c’era un paese che continuava a distrarmi. Per fortuna.
I pistacchi di San Biagio Platani e il valore del tempo
“Chi pianta un pistacchio non lo fa per sé.”
Questa frase me l’ha regalata Filippo, mentre passeggiavamo tra i suoi tesori: centinaia di alberi di pistacchio che sfilavano a perdita d’occhio.
Il pistacchio impiega circa quindici anni prima di dare frutti. Io faccio fatica ad arrivare a fine settimana senza riorganizzare tutto tre volte. Filippo invece pianta alberi pensando ai suoi nipoti.

Mi piacciono le persone che riescono a spostare il mio punto di vista senza nemmeno provarci. Lui è una di quelle. Insieme a Lia ci hanno accolte tra i loro pistacchieti con la naturalezza di chi apre la porta alla vicina di casa senza preavviso e senza formalità. Il pistacchio di San Biagio Platani è tra i più pregiati della Sicilia, ma quello che mi ha colpita di più non è il prodotto. È il pensiero che c’era dietro che ho ritrovato a tavola, qualche ora dopo, in una casa semplice, ma ricca di vita e di calore. Il tipo di casa in cui ti siedi e senza accorgertene s’è già fatta ora di pensare alla cena.
Ho assaggiato per la prima volta le bucce di fave, poi una pasta con il pistacchio coltivato nei loro terreni e verdure condite con l’olio che producono loro stessi. Amo quando il cibo smette di essere soltanto cibo e diventa un racconto. Guardi il piatto e stai guardando il territorio.
Ho vissuto la stessa sensazione nella storica pasticceria Palumbo. Anche lì il pistacchio è protagonista, ma dietro ogni dolce (e vi assicuro che erano tanti!) non c’è soltanto una materia prima eccellente. C’è una storia che attraversa generazioni, un mestiere che esiste ancora perché qualcuno ha deciso che meritava di essere custodito.
Più passavano le ore, più capivo che San Biagio Platani parla di persone, prima ancora che di luoghi. Persone come Aldo, che continua a creare mondi colorati in angoli di Sicilia che non fanno notizia.
Con Aldo ho fluttuato in una terra di piante officinali, fiori e profumi che non saprei nemmeno nominare. Quel bambino che a sei anni si arrampicava sull’altalena in quello stesso terreno e che non ha mai smesso di giocare, non ha mai smesso di avere gli occhi di chi sa meravigliarsi.
A volte il tempo fa questi giri immensi e poi torna esattamente dove aveva iniziato. Perché oggi Aldo è ancora lì, a giocare con gli elementi naturali e a raccogliere fiori di malva per invitarti a farne una scorpacciata.
“La natura ci manda sempre messaggi” mi ha detto con il sole di maggio in faccia “Solo che non sappiamo coglierli perché siamo intasati di pensieri”.
E io, con il telefono in mano che voleva immortalare tutto mentre le notifiche continuavano a reclamare attenzione, non ho trovato niente da replicare.
Gli Archi di Pasqua: le persone dietro la tradizione
La stessa cura l’ho ritrovata qualche giorno dopo nel soggiorno di Loredana. Sul tavolo c’erano fiori di ogni colore, realizzati con delle semplici calze colorate: collant che diventano petali e foglie, con una pazienza che a guardarla quasi ipnotizza. Le sue mani continuavano a muoversi mentre parlava, come se non potessero fermarsi. Abbiamo chiesto di provare? Ovviamente sì. I risultati sono stati discutibili. Le risate, invece, impeccabili.
Attorno a quel tavolo, con l’odore di biscotti alle mandorle che s’insinuava nelle narici senza alcuna possibilità di resistere, ho rivissuto quel brivido che mi percorre la schiena nei migliori momenti in viaggio. Quando succede qualcosa che non era lontanamente nei programmi e che poi racconterai per anni.
I fiori di Loredana sono solo una delle opere che ornano gli Archi di Pasqua, la festa che ogni anno trasforma San Biagio Platani in un museo a cielo aperto. Io sono arrivata quando tutto era già finito. “Peccato!” penserai. “Che fortuna!” ti dico io. Perché invece degli Archi ho avuto il privilegio di conoscere nel profondo le storie delle persone che li rendono possibili.
Tra queste c’è Sabrina, che lavora il pane artistico degli Archi con una tecnica antica e sorprendentemente complessa. Un sapere che non si trasmette con le parole ma con la presenza, che non s’impara sui libri ma si assorbe dai gesti. A San Biagio Platani sembra una lingua comune.
Mentre la osservavo pensavo a quanto spesso vediamo soltanto il risultato finale delle cose e quanto raramente ci fermiamo a guardare le mani che stanno dietro a tutto questo.
Come quelle di Simona, che chicco dopo chicco compone mosaici colorati con legumi e cereali. Quando le chiediamo “Da quanto tempo lavori agli Archi di Pasqua?” Ride. Non sa contarlo. “Da sempre.” Poi aggiunge la frase che racchiude tutto:
“La mia radice, il mio senso di appartenenza, i valori trasmessi. Per me gli Archi rappresentano tutto questo.”
E improvvisamente gli Archi smettono di essere un evento e diventano una storia collettiva. Una storia che continua a vivere grazie a persone che hanno scelto di custodirla e ogni giorno s’impegnano per tramandarla. Forse è questo che rende San Biagio Platani diversa da tante altre tappe: non è tanto quello che vedi (che sì, è stupefacente), ma il modo in cui le persone ti fanno sentire parte di qualcosa, anche se sei lì per pochi giorni.
Cosa fare nei Monti Sicani: e-bike, natura ed esperienze con Valdikam
Ma a San Biagio Platani il tempo lento non significa stare fermi. L’ho capito inforcando un’e-bike e lanciandomi tra gli ulivi e i pistacchi dei Sicani, con l’aria di primavera addosso e il fiato che ogni tanto si accorciava in salita. C’è una libertà strana nel pedalare in mezzo a colline che da lontano sembrano immobili: vai veloce, senti l’adrenalina nelle gambe… Eppure è come se rallentassi. Perché finalmente i paesaggi smettono di scorrere fuori dal finestrino e diventano qualcosa che attraversi con il corpo. Sono quei posti che di solito superi di corsa per arrivare altrove. Qui, invece, diventano il luogo in cui vorresti restare.

E se sono entrata davvero in questo mondo, se ho mangiato la malva di Aldo, trasformato un paio di collant in fiori, ascoltato Simona ridere su quel “da sempre”… È perché qualcuno mi ci ha portata dentro. Quel qualcuno è Pier.
Pier è partito davvero, anni fa. È andato a Londra e avrebbe potuto restarci, ma è tornato con un’idea precisa in testa: raccontare i Sicani al mondo. Non la Sicilia da cartolina, ma quella dei fornai, dei pastori, degli artigiani, delle storie che raramente trovano spazio nelle guide. Da lì è nato Valdikam.
E qui sta tutta la differenza. Pier non costruisce itinerari turistici, non ti consegna una lista di cose da vedere né orari precisi per gli appuntamenti se vogliamo essere onesti. Ti fa entrare nelle case, ti siede alle tavole, ti mette in mano l’anima del suo territorio. Ti fa vivere un mondo invece di mostrartelo da fuori.
Ma un mondo così esiste solo finché qualcuno sceglie di restarci. E a San Biagio Platani questa scelta la fanno anche i più giovani. Aurora ha diciotto anni, l’età in cui di solito si sogna di partire, ma lei non ha alcun dubbio:
“Voglio rimanere qui, perché se andiamo via tutti non rimane nulla.”
Aurora ha scelto di restare. Pier ha scelto di tornare. In un paese che si svuota, c’è ancora chi decide di investire e quella scelta la senti nei pistacchieti di Filippo, nelle mani di Loredana, nel pane di Sabrina e nella porta sempre aperta della comunità.
Forse è proprio questo che cerco quando viaggio: non l’ennesimo posto da spuntare su una lista, ma un modo diverso di stare al mondo. E ho dovuto arrivare in un borgo dei Sicani, fuori stagione, con gli Archi già smontati, per ricordarmelo.
Se vuoi andarci anche tu…
San Biagio Platani si trova in provincia di Agrigento, a circa un’ora sia da Palermo che da Agrigento. L’auto è il mezzo più comodo per raggiungerlo.
Se vuoi vedere gli Archi di Pasqua nel loro momento di massimo splendore, segna in calendario la Settimana Santa. Ma se questo racconto ti ha lasciato qualcosa, il mio consiglio è un altro: vacci (anche) quando non c’è la festa. Quando restano solo le persone, le case aperte, il tempo che scorre come dovrebbe.
Per vivere il territorio dall’interno, e non da fuori, il punto di partenza è Pierfilippo Spoto e il suo progetto Valdikam. Fidati: saprà mostrarti la versione del territorio che nessuna guida può scrivere e vivrai il modo più autentico di vivere il turismo lento in Sicilia.
E se come me lavori da remoto, sappi che San Biagio Platani ha aperto nuovi spazi dedicati allo smart working grazie al progetto “RiGenerAzioni Archi di Piano 2030”, finanziato dal PNRR – Ministero della Cultura (Investimento 2.1 “Attrattività dei Borghi Storici”) – CUP J29I22000110006.
Mentre il paese spariva nello specchietto retrovisore mi sono ritrovata a sorridere a quanto è bella la mia Sicilia. Non tanto per i panorami, più per le persone. Per i loro mondi, i loro sorrisi, le loro mani.
Abbiamo bisogno di custodire tutto questo prima che si perda. Perché non si può conservare ciò che non si ama e non si può amare ciò che non si è mai conosciuto davvero. Ed è questo che fa Pier: non urla, non riempie i feed, ma ti porta per mano dentro un mondo e te lo fa amare. E il mondo, oggi, ha bisogno di più persone così e di più persone disposte a lasciarsi guidare, magari a occhi chiusi.
Sono arrivata a San Biagio Platani con il computer nello zaino e una lista di cose da fare. Quella lista non l’ho quasi toccata. In compenso, l’unica cosa che riuscivo a pensare mentre andavo via era quanto il mondo abbia ancora da insegnarmi attraverso i modi in cui le persone lo vivono.